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STORIA
Monte Rite, le vicende di una montagna


Intanto il Comune di Cibiana provvedeva a cedere a titolo gratuito tutto il terreno per costruire la strada di accesso e l’opera fortificata. Strada e opere sono tornate solo recentemente in proprietà del Comune, dopo anni di trattative e previo un forte esborso di danaro. Si discuteva intanto da dove dovesse partire la strada di accesso e la scelta cadde su Venàs, con un percorso studiato a fini militari; fu un tracciato sostanzialmente infelice che in seguito condizionò fortemente le prospettive di Cibiana, soprattutto negli anni del boom economico e turistico, e che spinse il Comune a presentare progetti su progetti per eliminare pericoli e difficoltà di un tracciato non più in linea con le esigenze del traffico moderno.

Quella strada carrabile, costruita per motivi bellici, rappresenta ancora oggi l’unica via di transito tra il Cadore e la valle zoldana, l’unica alternativa per collegare la montagna dolomitica al bellunese e quindi alla pianura; si chiama S. R.347 di Venàs – Passo Cereda e rimane tuttora di vitale importanza per il traffico intervallivo e come alternativa insostituibile alla strada di Alemagna tutte le volte che si verificano emergenze sull’arteria principale: vale a dire, molto spesso.

La strada carrabile voluta dallo Stato maggiore dell’Esercito, in vista di un conflitto che tutti sapevano essere prossimo, doveva portare in vetta al Monte Rite, dove si stavano realizzando titaniche opere di fortificazione: una grande caserma, distribuita su due piani, lunga 61 metri, larga sei alta sette; un blocco di costruzione a un solo piano, raggiungibile dalla caserma attraverso una galleria scavata nella roccia, costituito da due corpi, entrambi adibiti a magazzini; una batteria, consistente in un blocco di calcestruzzo a forma di U rovesciata, lunga 81 metri e larga una ventina, con la presenza di ben 14 locali; una polveriera, deposito di balestite e di granate, di metri 19 x 6 x 5,20; un vano scale, con l’elevatore per le munizioni; quattro pozzi, che allora ospitavano quattro cannoni rotanti da 149 con cupole d’acciaio e nichelio; un osservatorio e posto di segnalazione ottica; una caserma, con gendarmeria e infermeria, capace di dare ricovero a 500 uomini.

Tutti sanno la ingloriosa fine del Ridotto Cadore nel corso della guerra e, in particolare, al momento della rotta di Caporetto: costruzioni titaniche che nulla poterono contro l’invasione. Così fu anche per il Monte Rite, ben lontano dall’epico teatro di guerra dell’estremo nord–est che cedette; mai utilizzato per gli scopi cui era stato destinato, il forte si rivelò testimone impotente dell’invasione austriaca, abbandonato in fretta dalle truppe italiane prima e da quelle austriache poi.

Dopo Vittorio Veneto e tornata la pace, le sue cupole corazzate, danneggiate prima dagli italiani e distrutte poi dagli austriaci, le sue bocche da fuoco, le carrucole, le funi, i battenti in ferro e in legno mantennero ancora notevole valore e sul Monte Rite si precipitarono i «recuperanti», quelli che operavano in grande stile appoggiandosi ai magazzini di rottami della pianura. Sul Rite giunsero a frotte anche più modesti ricercatori, quelli che si accontentavano di portare a casa o nei tabià qualche oggetto ritrovato (cannocchiali, eliografi eccetera) o materiali vari, utili comunque a una economia disastrata, soprattutto se di ferro o di acciaio.

Dopo la fine del conflitto, il Monte Rite rientrò nella quiete di sempre, anche se la fortezza diroccata appassionava, sia pure per motivi diversi, sia gli adulti che i ragazzi, presi dal «mistero» che, come sempre, si accompagna a sotterranei, cripte, gallerie senza luce e senza sbocco.

Una pace turbata da un’altra guerra e da altri combattenti, questa volta dai partigiani, che sul finire del 1945 vi trovarono sporadico rifugio, senza comunque porvi basi stabili o subire spargimento di sangue.

Venne anche il secondo dopoguerra, con i primi turisti in cerca di emozioni alle alte quote e vennero gli escursionisti che percorrendo l’Alta via delle Dolomiti n.3 raggiungevano il Monte Rite per poi discendere verso il Passo Cibiana e quindi verso Longarone, passando per il Bosconero.

L’inesorabile trascorrere del tempo, frattanto, scandiva non solo l’alternarsi delle stagioni ma anche lo sgretolarsi delle vecchie strutture fortificate, il cedimento improvviso di qualche opera, il rovinio dei muri a secco che costeggiavano la vecchia strada militare. Modesti interventi di conservazione furono curati dal IV Copro d’Armata, lavori necessariamente limitati, vista l’inutilità dell’intero complesso a fini tattici o strategici; al punto che, non appena se n’ebbe l’opportunità, il Comune di Cibiana, era il 1993, chiese di rientrare in possesso dei beni ceduti a titolo gratuito alla vigilia del primo conflitto. La richiesta venne accolta non senza difficoltà e con l’esborso di qualche centinaio di milioni di lire.

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